Il viaggio verso Chia è cominciato con la luce del mare e la curiosità di chi sa che ogni incontro è una possibilità di trasformazione. Quest’anno il convegno nazionale della SITCC ha scelto un tema che ci riguarda da vicino: “Uno, nessuno, centomila: l’enigma dell’identità” e CTC, come ogni volta, si è mossa in gruppo numeroso: allievi, docenti, terapeuti dei Centri Clinici, Laboratori, ex allievi. Una comunità in movimento.
Il paesaggio della Sardegna, con la sua luce vasta e i suoi spazi dedicati, ha creato un contesto speciale. La vicinanza fisica dei luoghi, i tavoli condivisi, il respiro dello splendido mare della Sardegna hanno favorito la prossimità che serve al pensiero per nascere. È stata una condizione semplice ma preziosa: la possibilità di incontrarsi davvero.
Le voci di studiosi e relatori, Guillem Feixas, Michael Tomasello, Paolo Giordano, tra gli altri, hanno portato il tema dell’identità nelle sue diverse forme: personale, relazionale, digitale, evolutiva. Le guest stars erano molto attese e hanno raccolto grande entusiasmo tra i partecipanti, ma a rendere più vivaci quei momenti sono stati lo sguardo degli allievi, la curiosità dei docenti, la capacità di ciascuno di lasciarsi interrogare e condividere riflessioni.
Nei simposi e nelle clinic class lo scambio si è fatto ancora più intenso. Gli allievi hanno presentato i loro lavori con competenza e sensibilità, hanno esposto i casi con emozione e sapendo cogliere come preziose queste occasioni; i docenti si sono esposti, a loro volta, nel confronto e hanno saputo creare un clima di scambio e condivisione generosa; colleghi di altre scuole e di altre correnti hanno aggiunto nuove prospettive preziose. È stato un intreccio continuo di pensieri e di voci, in cui la conoscenza si è fatta dialogo, e il dialogo ha preso la forma dell’apprendimento. Ciò che più abbiamo riconosciuto è stato proprio questo: la forza della reciprocità.
I maestri erano a disposizione degli allievi, sia per chiarimenti o approfondimenti che per scattare selfie sulla spiaggia, gli allievi hanno avuto il coraggio di proporre, dibattere e avvicinarsi. Non c’era distanza, ma prossimità: una prossimità che non è solo fisica, ma mentale e affettiva. Quel continuo scambio tra esperienza e ricerca, tra teoria e pratica, tra il dire e l’ascoltare, di cui tanto si parla nelle aule, ha preso forma e identità in una casa che abitiamo tutti, quella della SITCC.
Non sono mancati gli scambi e i confronti nelle assemblee: quella dei Didatti in cui si è discusso del valore del co-trainerato e della responsabilità della formazione dei didatti in tutti gli ambiti; nell’assemblea Soci si è parlato invece dei prossimi convegni e delle numerose attività svoltesi durante quest’ultimo anno. Grandi festeggiamenti per i soci nominati Didatti, molti costruttivisti, anche docenti CTC: un grande indicatore di una società che procede. È stato il primo Nazionale senza la preziosa e insostituibile guida di Bruno G. Bara, nostro maestro, che è stato citato e ricordato in ogni stanza e in ogni luogo di questo convegno, rendendo la sua assenza una presenza potente per tutti noi.
La sera, il lavoro continuava senza sembrare tale: nelle cene condivise, nelle conversazioni spontanee sulle terrazze, nelle risate e nelle pause marine. Era la forma più autentica dell’apprendere: quella che unisce mente, tempo e presenza.
Nelle giornate finali, tra masterclass, clinic class, simposi e plenarie conclusive, il tema dell’identità ha preso un tono nuovo. Non più una definizione, ma una domanda aperta: chi siamo, quando lavoriamo insieme? Abbiamo riconosciuto in quell’interrogativo lo stesso movimento che anima ogni percorso formativo: non la ricerca di una risposta definitiva, ma la costruzione di un processo condiviso in cui la conoscenza possa accadere.
Alla fine del congresso, dopo un ultimo sguardo al mare di Chia, i saluti hanno riempito l’aria e abbiamo sentito di tornare con qualcosa di più: la consapevolezza che la nostra identità non è un insieme di nomi o di ruoli, ma una rete viva di relazioni, di pensieri e di incontri. È lì che continua a generarsi il senso del nostro lavoro: nella reciprocità che ci unisce, nella prossimità che ci fa pensare insieme, nel dialogo che tiene viva la mente collettiva. Abbiamo rafforzato la nostra identità perché abbiamo accolto tutte le contaminazioni possibili, arricchendoci.
Siamo tornati da Chia con gratitudine per gli allievi, per i docenti, per i maestri, per chi ha ascoltato, domandato, condiviso. E con una certezza semplice, che Bruno avrebbe riconosciuto: che ogni identità, personale o collettiva, nasce sempre nell’incontro con l’altro.


