‘Le Parole per Dirlo’

Note dal Webinar sulle Nuove Forme di Famiglia, di Grazia Manerchia - 30/5/2022

Il 27 maggio si è tenuto il webinar dal titolo “Le Parole per Dirlo: aspetti psicologici delle nuove forme di famiglia”, risultato di un lavoro di squadra delle AI Età Evolutiva e AI Terapia Genitoriale all’interno dei Laboratori CTC, e che ha visto l’intreccio di confronti e conoscenze tra psicoterapeuti “senior” e giovani leve.

Forme di Famiglia

Accanto alle famiglie tradizionali e a quelle “non tradizionali” (risultato di separazioni e divorzi seguiti dalla formazione di nuovi rapporti di convivenza o matrimoniali), possiamo oggi osservare nuove forme di famiglia, che fino a 20 anni fa quasi non esistevano, createsi attraverso il ricorso a tecniche di procreazione assistita.

 

Nella relazione “Il lavoro clinico nelle nuove forme di famiglia”, Grazia Manerchia ha presentato i risultati delle ricerche presenti in letteratura che ci mostrano che il fatto che i figli abbiano un genitore oppure due, che siano dello stesso sesso oppure eterosessuali, che siano stati concepiti naturalmente o ricorrendo alla procreazione assistita, sembra contare meno per loro di quanto contino la qualità delle relazioni familiari, similmente alle famiglie tradizionali; non meno importanti sono il sostegno della comunità di appartenenza e gli atteggiamenti della società in cui vivono.
Si è anche parlato delle ricerche che hanno trattato delle modalità di elaborazione dei bambini sull’essere stati concepiti con tecniche di fecondazione assistita, le quali chiamano in causa soprattutto due fattori: la segretezza e l’assenza di rapporto genetico tra genitori e figli. Considerando i risultati nel loro complesso, la scelta di informare i bambini sembra essere quella ottimale per il loro benessere emotivo.
Il lavoro dello psicoterapeuta si declinerà perciò su vari fronti, dal sostenere la genitorialità, al promuovere la “resilienza” dei bambini in contesti avversi, al favorire l’inclusione delle famiglie e dei bambini nella scuola e nella rete sociale.

 

Silvia Canisi, parlando dell’ “Intervento con le famiglie omogenitoriali”, ha fatto riferimento ai numerosi studi che confermano lo sviluppo di attaccamenti sicuri nelle famiglie omogenitoriali. Con i primi confronti sociali, come l’ingresso nella scuola materna, il terapeuta lavora con i genitori per normalizzare e facilitare l’assunzione della differenza, mentre nella scuola, dove ci possono essere rischi legati alla stigmatizzazione, valorizzerà la famiglia di appartenenza.
Diventa altresì importante, da parte del terapeuta, promuovere risorse e fattori protettivi, dalle connessioni sociali alle “buone prassi genitoriali”, fino alla ricostruzione della storia per consentire che la famiglia si senta protetta dallo “stigma” omofobico.
Nell’adolescenza si possono osservare alcune caratteristiche: accanto alla messa in discussione della cultura familiare (come in tutte le adolescenze), una migliore comprensione della sessualità e buone capacità relazionali, ma anche iperadeguatezza e bisogno di limitare l’accesso dei coetanei alla propria storia.

 

Martina Larini, parlando del “Raccontare le origini con la fecondazione assistita ai figli”, ha sottolineato l’importanza della condivisione della propria storia all’interno della famiglia d’origine. Sicuramente è giusto iniziare a parlarne quando i genitori sono pronti ad affrontare le naturali domande dei propri bambini, quindi al raggiungimento di una propria elaborazione personale e di coppia riguardo al percorso di PMA. La letteratura individua come fascia d’età maggiormente favorevole quella pre-scolare, e poi man mano con la crescita si aggiungono particolari più specifici e adatti alle maggiori capacità cognitive del bambino.

Le favole permettono ai bambini di entrare in contatto con nuovi aspetti della propria fase di vita e delle proprie origini, di scoprire ed elaborare, di raggiungere una consapevolezza di sé.

 

Bibliografia

Buday-Trevisan, Non succede per caso, ed. Franco Angeli
Ferrari F., La famiglia in-attesa, ed. Minesis
Golombok S., Famiglie moderne, a cura di L. Barone e V. Lingiardi, ed. Edra
Pardi F., Perché hai due papà?, ed. Lo Stampatello
Pardi F., Piccolo uovo, ed. Lo Stampatello
P. Russo, Il viaggio di Blastociccio, ed. Rotas
F. Fiorentino, E. Lucchi, Storia di un cristallo di neve, ed. Valentina

 


Oltre a queste questioni sul ruolo degli aspetti familiari strutturali nello sviluppo dei figli, la ricerca si muove anche su altre questioni:

 

- Quando il dono del seme, dell’ovulo, o dell’utero sono all’origine della filiazione, quali pensieri, affetti, immagini, i genitori maturano verso i donatori/trici?

 

- In che modo i bambini elaborano l’essere stati concepiti con fecondazione assistita?

 

- Un bambino nato grazie a una donazione di ovulo o di seme dovrebbe essere informato del fatto che uno dei suoi genitori non ha alcun legame genetico con lui?

 

- Possiamo parlare di “dono” se è prevista una ricompensa?

 

- Qual è il destino delle identificazioni sessuali?

 

Ricordando che:

Fecondazione assistita eterologa = creazione di una famiglia per donazione.
Donazione di seme
Donazione di ovulo
Donazione di embrione = vengono donati sia l’ovulo che il seme. Simile all’adozione, ma i genitori sperimentano la gravidanza e il parto.

 

Due aspetti chiamati in causa:
 • il segreto
 • l’assenza di rapporto genetico tra genitori e figli

 

Il Segreto

Nella letteratura sulla terapia della famiglia si parla delle conseguenze psicologiche negative dell’occultamento delle origini dei figli.

I segreti nuocciono al funzionamento familiare (gli “esclusi dai segreti”).

I figli capiscono quando c’è qualcosa di non detto (da adulti, dopo aver saputo, spesso riferiscono “che qualcosa non tornasse nell’infanzia”). Sembra proprio che una comunicazione aperta e sincera riguardo al concepimento e un funzionamento familiare positivo vanno di pari passo.
Sembra che ci sia un funzionamento più positivo nelle famiglie in cui i genitori informano i figli della donazione.
Anche se bambini e i ragazzini che non sanno di essere stati concepiti per donazione dimostrano di avere un buon livello di adattamento… ricerche contraddittorie… in altre ricerche non si sono evidenziati problemi psicologici, ma rapporti negativi padre-figli…
Non dimentichiamo che potrebbero scoprirlo accidentalmente.
Sembra che i bambini che cominciano ad essere informati fin da piccoli integrino ciò che apprendono sulle proprie origini nel loro senso di identità in formazione, mentre alcuni tra coloro che scoprono la verità da adolescenti o da adulti (rabbia, si sono sentiti ingannati, ecc..) riferiscono una sofferenza psicologica duratura.
Considerando i risultati nel loro complesso, la scelta di informare i bambini nel periodo prescolare sembra essere quella ottimale per il benessere emotivo.

 

Assenza di rapporti genetici

Le persone concepite per donazione sono diverse da quelle adottate perché hanno un rapporto genetico con un genitore e crescono nella famiglia in cui sono nate (non c’è l’abbandono).
Il desiderio di ottenere informazioni sulla propria famiglia genetica è tipico negli adottati in adolescenza, per arrivare a una migliore comprensione della propria storia.
Esperienza positiva è anche il ritrovamento dei fratelli genetici.