Considerazioni sull’articolo “Putting Feelings Into Words” ricerca di Lieberman

A cura di Stefano Ardenghi

lieberman

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Stefano Ardenghi

Psicoterapeuta in formazione

Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Como

 

Come un intervento psicoterapeutico che utilizza come principale tecnica operativa quella del monitoraggio e dell’etichettamento dell’attivazione emotiva del paziente (e del terapeuta) dentro (e fuori) il setting terapeutico può giovare al paziente e, perché no, anche al terapeuta? Per rispondere, almeno parzialmente, a questa annosa domanda ho deciso di condividere con voi questa evidenza scientifica che sostiene l’ipotesi secondo la quale la rappresentazione linguistica delle emozioni, elicitate durante un compito di riconoscimento emotivo, eserciti un potere autoregolatorio sulle attivazioni emozionali stesse: l’identificazione verbale delle emozioni risulta associata ad una riduzione dell’intensità dell’attivazione emotiva grazie alle connessioni tra le regioni cerebrali prefrontali deputate, tra le altre cose, all’elaborazione del linguaggio, e quelle limbiche coinvolte, invece, nel processamento delle informazioni emotivamente salienti.

 

In effetti, anche questa volta, dovremmo ringraziare la saggezza naïf dei nostri pazienti da cui dovremmo forse prendere spunto più spesso per elaborare le nostre strategie terapeutiche: basti pensare al fenomeno del rimuginio che, con la produzione di pensieri nella loro forma linguistico-verbale, riduce (anche se a breve termine) l’esperienza fisiologica di emozioni negative e l’arousal autonomo legato ad esse.

 

Insomma, addestrare i futuri terapeuti e i nostri pazienti al riconoscimento delle emozioni nel momento stesso in cui si presentano alla coscienza le rende più facilmente modulabili, quindi maggiormente fruibili e condivisibili – “viabili” – in modo funzionale all’interno delle esperienze interpersonali che, per loro intrinseca natura (a maggior ragione se significative!) sono sempre connotate emotivamente. Inoltre, solo da un’emozione riconosciuta e modulata può prendere serenamente avvio quel processo condiviso di cocostruzione di senso identitario che dovrebbe, quando possibile, costituire il fine ultimo di ogni intervento psicoterapeutico.

 

Consapevoli che ogni tentativo di ricondurre complessi fenomeni inter/intra-personali ai relativi substrati “omuncolari” possa portare spesso a conclusioni riduttive e parziali, non dovremmo mai dimenticare la natura incarnata del nostro agire professionale che, al pari di quello di ogni altro operatore della salute, non può prescindere dalla biologia degli individui in esso coinvolti.

 

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